Edvige Giunta (Translated by Alessandra Bava)

Edvige Giunta

Vignettes/Storielle

 

Translated into Italian by Alessandra Bava

 

Ciuzza

 

Nonna Ciuzza wouldn’t have left her house even with an earthquake. It suited her. But once my father persuaded her to spend the summer with us at the garden, she and the cripple. It was the summer they boiled pears and locked doors, sulked and left my mother’s food untouched. They walked slowly from their room to the dining room, always together, wearing thick black dresses below the knee, shapeless and frayed. They never sat outside to enjoy an evening al fresco.Never wandered the garden’s paths, stopping to pick apricots or peaches. Never bent to pick a lily, a carnation.

 

Ciuzza

 

Nonna Ciuzza non avrebbe abbandonato la sua casa neanche per un terremoto. Le garbava così. Però una volta mio padre la persuase a trascorrere l’estate in giardino insieme a noi, lei e la zoppa. Fu l’estate delle pere cotte e delle porte chiuse a chiave, tenevano il broncio e non toccavano il cibo di mia madre. Camminavano adagio adagio dalla camera da letto alla sala da pranzo, sempre insieme, indossando pesanti abiti neri, informi e frusti, sotto il ginocchio. Non sedevano mai all’aperto, al fresco, a godersi la serata. Non si aggiravano mai per i sentieri del giardino, non si fermavano a raccogliere pesche e albicocche. Non si piegavano mai a raccogliere un giglio, un garofano.

 

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Werewolf

 

Under the full moon, the orphan boys of Piazza Armerina waited. I was nine and wore old lady glasses, the most expensive from Contarino’s shops on the Corso.  My sister was thirteen and as bold as I was mousy.  Pina, our cousin, was the blonde beauty. After we climbed out the window in the cabin where my mother and younger siblings slept, we ran down the dark dirt road all the way to the orphanage where a dozen boys stood in the moonlit yard. We clustered, anxious to see the lupo mannaro that howled in the belly of the night.

 

Lupo Mannaro

 

Gli orfani di Piazza Armerina attendevano al plenilunio. Avevo nove anni e indossavo occhiali da vecchia signora, i più cari dei negozi di Contarino sul Corso. Mia sorella aveva tredici anni ed era tanto audace quanto io timida. Nostra cugina Pina era la bellezza bionda.  Dopo aver scavalcato la finestra della casetta dove mia madre e i miei fratelli più giovani dormivano, correvamo giù per la scura strada sterrata fino all’orfanotrofio dove una decina di ragazzi stavano in piedi nel cortile al chiaro di luna. Ci adunavamo, ansiosi di vedere u lupinàro che ululava nel ventre della notte.

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Appointments with the Dead

 

She has become the face I paint on the edge of sleep. I want her in my dreams where I believe she’s still alive. My dreams have lost the heaviness of sorrow. I long for my nocturnal appointment with the dead. Last night, though, after I fell asleep on the sofa, watching Curb Your Enthusiasm, my husband and son by my side, a voice jolted me awake, injecting words that were mine and awareness, real and dreadful. My father is dead. Breathless, I understood mortality like never before. And then that wisdom was gone and I knew nothing of dying.

 

Appuntamento con i morti

 

È divenuta il viso che dipingo sul limitare del sonno. Desidero che alberghi nei miei sogni, dove reputo sia ancora viva. Il peso del dolore è scomparso dai miei sogni. Bramo il mio appuntamento notturno con i morti. Eppure ieri sera, dopo essermi addormentata sul divano, con mio marito e mio figlio accanto, mentre guardavo Curb Your Enthusiasm, una voce mi ha svegliata di soprassalto, inoculando parole che erano mie e consapevolezza, reali e spaventose. Mio padre è morto. Basita, ho compreso la mortalità come mai prima. Ma poi quella saggezza si è dissolta e io non sapevo nulla sul morire.

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Laundry after the Presidential Elections

 

These days she, who always complains about the laundry, is relieved by the chore. She walks into her son’s room and bends to gather sweatpants, socks, underwear. Then to bathroom, almost grateful for the small pile her husband forgot on the floor. In the laundry room, she sorts everything: whites, darks, delicates. She even hand-washes a few items. The spinning of the washer is as soothing as the hum of the dryer and the feeling of clean, still-hot laundry she folds and organizes in neat piles, then puts away. It reassures her. It makes the world momentarily predictable. Good. Safe.

 

Bucato dopo l’elezione presidenziale

 

In questi giorni lei, che si lamenta perennemente del bucato, si sente sollevata dall’incombenza. Entra nella stanza del figlio e si piega a raccogliere tute, calzini, biancheria. In bagno, poi, è quasi grata per la piccola pila dimenticata in terra dal marito. Nel locale lavanderia suddivide tutto: bianchi, colorati, delicati. Lava anche qualche capo a mano. Il cestello che ruota è rassicurante, come il ronzio dell’asciugatrice e il profumo di pulito del bucato ancora caldo che piega e organizza in pile ordinate, per poi riporre. La rasserena. Rende il mondo prevedibile per un istante. Buono. Sicuro.

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Feed Your Children

 

Sausage ragu’. Bean soup. Mushroom and shrimp risotto. I am my mother, late 1970s-early 1980s. Once she came to see us in our student apartment in Catania and the fridge was empty. She laughed and got to work. Even when we longer lived with her, she kept feeding us. I understand now her urge to feed your children, even toglierti il pane di bocca. It’s a gasp, an emptiness, a fear of starvation so old and primal that drives me as I fill bag after bag of food for my daughter. “Take it all,” I want to say. “Take it.”

 

Sfama i tuoi figli

 

Ragù di salsiccia. Zuppa di fagioli. Risotto con funghi e gamberi. Sono mia madre, fine anni Settanta – inizi anni Ottanta. Una volta venne a trovarci nel nostro appartamento da studenti a Catania e il frigo era vuoto. Si mise a ridere e al lavoro. Continuava a sfamarci, sebbene non vivessimo più con lei. Comprendo adesso la sua smania di sfamare i propri figli, anche toglierti il pane di bocca. È un ansito, un vuoto,  una paura di morire di fame così antica e primordiale che mi spinge a riempire di cibo busta su busta per mia figlia. Vorrei dirle: “Prendi tutto”. “Prendi”.

 

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The Other Grandmother

I didn’t like to call her “Nonna.” It felt like a betrayal of my real grandmother–and a lie. There was something cavernous about her: those deep-set eyes that pierced through me, sunken cheeks, toothless gums. When she grabbed me with long skinny fingers traced by green, thick, protruding veins, I knew she was deceptively old and weak. I felt her territorial claim, like when she would say, “I love you because you’re blood of my blood.” I knew she wanted to squash that part of me that came from the woman her son had married.

 

L’altra nonna

 

Non mi piaceva chiamarla “nonna”. Mi sembrava un tradimento nei riguardi della mia vera nonna – e una bugia. Aveva un non so che di cavernoso: degli occhi profondi che mi trafiggevano, guance incavate, gengive sdentate. Quando mi afferrava con quelle lunghe dita ossute, solcate da spesse vene verdi sporgenti, sapevo che era vecchia e debole in modo ingannevole. Avvertivo la sua rivendicazione territoriale, come quando mi diceva: “Ti voglio bene perché sei sangue del mio sangue”. Ero conscia che volesse annientare quella parte di me che proveniva dalla donna che aveva sposato suo figlio.

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The Passeggiata Club

For Regina

 

Below the field of daisies, a cliff, and the Mediterranean. I wasn’t afraid of heights then, didn’t experience the vertigo that now a balcony on the third floor will trigger. I come from people who live on balconies. Elbows resting on fences, they follow the bustle below. Even my agoraphobic grandmother and aunt loved their balcony, the only open space they didn’t fear. There are no balconies in my American life. No passeggiate on the Corso. Yet, with a beloved girlfriend, I perform a virtual passeggiata. Her voice loud and clear through the speakerphone, she slides her arm into mine.

 

Il club dello struscio

per Regina

 

Giù, oltre il campo di margherite, una scogliera e il Mediterraneo. Non soffrivo di vertigini allora, non ne provavo una come me la procura un balcone al terzo piano oggi. Provengo da gente che vive sui balconi. Gomiti appoggiati alle ringhiere, seguono il viavai dabbasso. Anche la mia nonna e zia agorafobiche amavano il loro balcone, l’unico spazio aperto che non temevano. Non vi sono balconi nella mia vita in America. Non si fa lo struscio per il Corso. Ma, con una cara amica, metto in scena uno struscio virtuale. La sua voce mi giunge forte e chiara dal vivavoce, mentre mi prende a braccetto.

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Coffee

 

The husband makes her coffee every morning. Sometimes he brings it to her in bed. A white cappuccino cup with hazelnut milk, espresso, one tablespoon of Brain Octane. On a saucer. He doesn’t care for saucers, but she does. She appreciates the love, the care, the concern. She used to bring coffee to her father when she was a girl. Depending on the moment, his gesture–receiving the small espresso cup in his hands–could be raging or intimate, acquiescent or impatient. It dawns on her that he never said thank you, grazie. Gratitude was never part of their transactions, which today she misses, while leaning on her elbow on the unmade bed, she sips this odd American concoction she calls coffee.

 

Caffè

 

Il marito le prepara il caffè ogni mattina. A volte glielo porta a letto. Una tazza da cappuccino con latte alla nocciola, espresso, un cucchiaino di Brain Octane. Su un piattino. A lui non importa dei piattini, a lei sì. Apprezza l’amore, la cura, la premura. Quando era bambina era solita portare il caffè al padre. A seconda del momento, il suo gesto—nel ricevere la tazzina dell’espresso tra le mani—poteva essere di rabbia o intimo, remissivo o impaziente. Si rende conto che non diceva mai grazie. La gratitudine non faceva parte delle loro transazioni, che le mancano oggi mentre, appoggiata sul gomito sul letto disfatto, sorseggia questo strano miscuglio americano che chiama caffè.

 

 

Evidge Giunta is a Professor of English at New Jersey City University. Her most recent books are Personal Effects: Essays on Memoir, Teaching, and Culture in the Work of Louise DeSalvo and Embroidered Stories: Interpreting Women’s Domestic Needlework from the Italian Diaspora. Follow her on Twitter @edigiunta.

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Alessandra Bava is a poet and a translator from the Eternal city. Her work has appeared in journals such as Gargoyle, Plath Profiles, THRUSH Poetry Journal, Tinderbox and Waxwing. She has translated into Italian many poets from English and French, among them Jack Hirschman, Michel Butor and George Szirtes. Her Anthology of Contemporary American Women Poets, with poems by Nikky Finney, Joy Harjo, Patricia Smith, Natalie Diaz, Diane Seuss and many others, is upcoming.

 

 

 

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